Espresso Europeo - 16 aprile

Newsletter a cura del Desk Europa - Il Caffè Geopolitico

Energia: di crisi in crisi


L’Infografica: chi è più esposto agli shock energetici in Europa?
Infografica a cura della Redazione

  

Di che cosa parliamo

Pensavamo di esserci lasciati il peggio alle spalle. Dopo lo shock del 2022, l’Unione Europea aveva lentamente ricostruito una parvenza di normalità: prezzi all’ingrosso in discesa, stoccaggi sotto controllo, dipendenza dalla Russia drasticamente ridotta. Tanto che negli ultimi mesi stava riprendendo a farsi largo una serie di tentativi volti a rallentare la transizione verso le fonti green in favore di un mantenimento di quelle fossili attraverso l’imposizione del principio di “neutralità tecnologica”

E invece no. Proprio mentre il sistema sembrava riassestarsi, la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, vitale per il transito di petrolio e gas (ma anche fertilizzanti ed elio) verso l’Europa, ha riportato l’energia al centro della vulnerabilità europea. La stessa Commissione ha riconosciuto che il quadro resta privo di rischi immediati di approvvigionamento, ma abbastanza instabile da richiedere monitoraggio costante e preparazione per il prossimo inverno. 

Il punto, però, è che non siamo di fronte a una semplice ricaduta congiunturale. L’Europa continua a comportarsi come se le crisi energetiche fossero parentesi, quando invece sono diventate la forma normale del nostro tempo. ACER (l’Agenzia Europea per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia) segnala che nel 2025 i prezzi all’ingrosso di gas ed elettricità sono sì scesi ancora, ma restano strutturalmente più alti di quelli statunitensi; inoltre, i prezzi finali per le famiglie rimangono elevati e la volatilità dell’elettricità è aumentata sensibilmente.

Il risultato è un potenziale cambiamento degli scenari economici: quanto più a lungo dovesse restare chiuso lo Stretto di Hormuz, tanto più bassa sarà la crescita economica. Le stime di crescita del PIL per quest’anno sono già state riviste al ribasso, e colpiranno in maniera maggiore gli Stati UE che ancora dipendono in misura maggiore dall’importazione di fonti di energia fossile.

Il nodo geopolitico ruota attorno alla constatazione che la conflittualità aumenta quanto più si differenziano e si politicizzano gli spazi disponibili all’azione umana: nuovi ambienti, nuove risorse, nuove rivalità. L’energia europea oggi vive esattamente questa metamorfosi. Non è più soltanto questione di gasdotti o petroliere: è una competizione che investe terra, mare, reti elettriche, nodi logistici, infrastrutture digitali e persino la capacità di controllare i ritmi della transizione.

Per questo la vulnerabilità dell’UE riemerge proprio adesso. Non perché siamo tornati al 2022, ma perché non ne siamo mai davvero usciti: si è ridotta una dipendenza senza sciogliere il problema generale delle dipendenze. La quota del gas russo nelle importazioni europee è crollata rispetto al periodo precedente all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, ma il sistema resta esposto a shock esterni, colli di bottiglia, differenziali di prezzo, asimmetrie infrastrutturali e alla persistente subordinazione del mercato elettrico alle tensioni del gas.

La posta in gioco

La prima posta in gioco è economica. Se a marzo 2026 l’inflazione dell’area euro è risalita al 2,5%, con l’energia tornata a segnare la componente più volatile al 4,9%, significa che il fantasma di una nuova pressione energetica sui prezzi non è affatto archiviato. E quando il rincaro energetico riappare mentre la crescita resta debole, il rischio non è soltanto inflazionistico: è propriamente stagflazionistico. Lo riconosce implicitamente anche la BCE, che ha mantenuto invariati i tassi a marzo sottolineando come la guerra in Medio Oriente accresca insieme i rischi al rialzo per l’inflazione e quelli al ribasso per la crescita.

La seconda posta in gioco è politica e sociale. La sicurezza è sempre il riflesso di una paura dominante. Se ieri la paura era sanitaria e poi militare, oggi torna a essere anche energetica. E più la paura cresce, più cresce la domanda di protezione; ma proprio qui sta il rischio, perché manipolare la paura significa manipolare la sicurezza. Tradotto: bollette, carburanti e costo della vita possono diventare un acceleratore di malcontento capace di delegittimare classi dirigenti già logorate, rischiando di spostare ancora una volta il baricentro del consenso verso chi promette soluzioni immediate, anche quando sono impraticabili.

La terza posta in gioco riguarda la traiettoria strategica dell’Unione. Negli anni Novanta e Duemila abbiamo coltivato l’illusione che l’interdipendenza economica potesse sterilizzare il conflitto. È un’idea che appartiene alla fase ideologica della globalizzazione: il mercato avrebbe dovuto neutralizzare la politica. È accaduto il contrario. Le reti non hanno eliminato il potere; lo hanno redistribuito. E l’energia è il campo in cui questo fallimento appare più nitidamente.

Come la vediamo noi

I detrattori della transizione energetica sostengono che l’industria europea sia stata progressivamente sacrificata sull’altare della cosiddetta “ideologia green. In realtà, gli obiettivi di decarbonizzazione fissati dall’UE per il 2050 (il cosiddetto target di Net Zero Emissions) rispondono al duplice obiettivo di contrastare il cambiamento climatico e di ridurre – almeno teoricamente – la dipendenza da fornitori esterni. Questo obiettivo è stato perseguito in modo spesso poco flessibile, con un approccio eccessivamente top-down che ha mostrato evidenti criticità. Il risultato è stato un aumento delle resistenze politiche e delle tensioni industriali, in particolare nei settori più esposti ai costi della transizione, automotive, chimica e siderurgia, nei quali la riconversione non è solo tecnologica, ma anche economica e sociale.  .

In questo senso, l’alternativa tra ideologia verde e ideologia fossile è mal posta. La questione reale è un’altra: quale regime di potere vogliamo accettare per tenere in piedi l’economia europea? In questo senso riteniamo importante non ridurre la geopolitica alla sola volontà degli Stati, ma leggerla anche come produzione di immaginari, paradigmi e strutture di potere radicate nello spazio. L’energia europea è esattamente questo: non solo approvvigionamento, ma visione del mondo, gerarchia delle dipendenze, definizione di cosa sia “normale” consumare e di chi debba pagarne i costi.

Sul breve periodo, le politiche di sostegno alla domanda possono forse comprare tempo, ma non risolvono il problema. Sussidi, tagli temporanei alle accise, schermature tariffarie: tutto utile per evitare una rivolta immediata, nulla che corregga lo squilibrio di fondo. Se l’offerta resta contratta o instabile, e se i prezzi europei restano strutturalmente più alti di quelli dei principali concorrenti, il mercato finisce comunque per imporre un nuovo equilibrio inferiore: meno domanda industriale, meno margini, meno competitività.

Nel medio periodo, la risposta non può essere né il feticismo del mercato né quello del sussidio. Serve una politica industriale dell’energia che prenda sul serio le infrastrutture, cioè il vero nocciolo geopolitico del problema. Reti, corridoi, porti e colli di bottiglia gerarchizzano lo spazio e redistribuiscono potere; la connettività produce ricchezza ma anche dipendenza e vulnerabilità. Vale per i container, a maggior ragione vale per l’energia. L’UE non è semplicemente “dipendente”: è iperconnessa in modo asimmetrico. E un sistema iperconnesso è efficiente finché nulla si inceppa; quando qualcosa si inceppa, è fragile.

Che l’UE lo abbia compreso almeno in parte è evidente dalla nuova lista dei progetti energetici transfrontalieri considerati strategici: quasi metà dei 235 progetti selezionati riguarda elettricità, infrastrutture offshore e smart grids, mentre cento riguardano idrogeno ed elettrolizzatori. Il segnale politico è chiaro: senza una nuova infrastruttura continentale della connessione, la transizione resta uno slogan.

Nel frattempo, però, attenzione a non raccontarci favole. Le rinnovabili avanzano e nel 2025 hanno fornito il 50% della generazione elettrica europea, con il solare in ulteriore crescita. Ma proprio questa maggiore penetrazione rende ancora più evidente il bisogno di flessibilità, accumulo, interconnessioni e capacità di bilanciamento: ACER nota che il gas continua a fornire la flessibilità serale quando il solare cala, mentre gli sbalzi giornalieri dei prezzi dell’elettricità sono ormai circa cinque volte quelli del 2020. Non basta installare capacità verde; bisogna governare il sistema che la rende governabile.

Infine, il lungo periodo. Qui sta forse la questione più sottovalutata. La prossima crisi energetica europea potrebbe non nascere da una scarsità tradizionale, ma da un eccesso di domanda elettrica. L’elettrificazione dei consumi, la digitalizzazione, l’IA e soprattutto i datacenter spingono nella stessa direzione: più elettricità, più capacità di rete, più stabilità di sistema. L’IEA (Agenzia internazionale dell'energia) parla apertamente del nesso tra IA, sicurezza energetica, accessibilità dei prezzi e domanda di elettricità; il suo scenario base mostra una crescita significativa dei consumi dei data center nel decennio.

In altre parole: rischiamo di discutere ancora come se il problema fosse solo “da dove prendiamo il gas”, mentre il problema strategico sta diventando “come reggiamo un’economia che vorrà molta più elettricità, in un sistema già esposto a shock geopolitici e prezzi elevati”.

L’UE è ancora in tempo per cambiare rotta, ma solo a una condizione: smettere di considerare l’energia come una variabile tecnica e tornare a trattarla per ciò che è, cioè una questione di potere. Non c’è autonomia strategica senza sicurezza energetica; non c’è sicurezza energetica senza infrastrutture; non c’è infrastruttura senza una decisione politica che accetti costi, gerarchie e conflitto.

Il punto non è scegliere tra green e fossile come se fossero due morali concorrenti. Il punto è decidere se si vuole finalmente costruire un ordine energetico proprio, oppure continuare a passare da una crisi all’altra, chiamando “transizione” ciò che è più adattamento passivo.

 

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Per non distrarsi

Cosa è successo nel frattempo in Europa?


Si chiude l’era Orbán, ma in Ungheria nodo europeo resta
Cosa è successo?
Il 12 aprile Péter Magyar, leader del partito Tisza, ha vinto le elezioni parlamentari ungheresi, ponendo fine ai sedici anni di governo di Viktor Orbán. Tisza ha ottenuto una solida maggioranza assoluta in Parlamento, sufficiente – almeno sulla carta – ad avviare riforme profonde, inclusa la revisione dell’impianto legislativo costruito negli anni da Fidesz.
La vittoria di Magyar è il risultato di una convergenza trasversale dell’opposizione e di un voto fortemente polarizzato, trasformato di fatto in un referendum sull’era Orbán. Il nuovo Primo Ministro eletto si presenta come europeista e atlantista, pur mantenendo una linea conservatrice su diversi temi, in particolare immigrazione e politiche economiche.
Perché è importante?
La sconfitta di Orbán segna un passaggio politico rilevante per l’UE, che negli ultimi anni si era confrontata con Budapest su stato di diritto, politica estera e uso del veto. Un cambio di leadership potrebbe ridurre le frizioni istituzionali e facilitare decisioni su dossier chiave, dall’Ucraina all’energia.
Tuttavia, il nodo non è risolto. Le posizioni di Magyar restano in parte allineate a quelle del suo predecessore, e soprattutto l’apparato costruito da Orbán, tra istituzioni, media e reti di potere, rende complesso un cambio rapido di traiettoria.
Il caso ungherese continua a riflettere una tensione strutturale: la difficoltà dell’UE di gestire al proprio interno divergenze politiche e strategiche senza strumenti realmente efficaci. Anche con un cambio di governo, il rapporto tra integrazione europea e sovranità nazionale resta un terreno instabile.
Per approfondire:

Slovenia al voto: rieletto Golob ma senza maggioranza
Cosa è successo?
Il 22 marzo la Slovenia ha rinnovato la camera bassa del proprio Parlamento. Il Primo Ministro uscente Robert Golob (Movimento Libertà) è stato rieletto ottenendo la maggioranza relativa con 29 seggi, ma ha perso la maggioranza assoluta, aprendo una fase di negoziati complessi per la formazione del governo. Il risultato conferma un quadro politico frammentato, con più forze sopra la soglia di sbarramento e nessuna coalizione immediatamente autosufficiente.
Il voto è stato inoltre segnato da accuse di interferenze esterne: durante la campagna elettorale sono emerse operazioni di disinformazione attribuite a società di intelligence private, inserendosi in una dinamica già osservata negli anni precedenti con attori come Russia e Ungheria.
Perché è importante?
Il caso sloveno riflette due tendenze più ampie nello spazio europeo. Da un lato, la crescente difficoltà nel produrre maggioranze stabili, con il rischio di paralisi decisionale in contesti già esposti a shock economici ed energetici. Dall’altro, la normalizzazione delle interferenze nei processi democratici, che trasformano anche Paesi di dimensioni ridotte in spazi di competizione geopolitica indiretta.
La rilevanza del voto va però oltre la politica interna. La Slovenia rappresenta uno snodo tra Mitteleuropa e Balcani occidentali: la sua stabilità incide direttamente sulla capacità dell’Unione Europea di proiettarsi verso il sud-est del continente. In questo senso, la riconferma, seppur indebolita, di un governo pro-UE garantisce continuità strategica, ma su basi politiche più fragili.
Per approfondire:
UE e Australia si accordano su libero scambio e sicurezza per ridurre le dipendenze
Cosa è successo?
Il 24 marzo UE e Australia hanno concluso un accordo che unisce libero scambio e cooperazione strategica. L’intesa prevede l’eliminazione della quasi totalità dei dazi, maggiore accesso ai mercati e un rafforzamento della collaborazione su tecnologia e sicurezza, attraverso una partnership dedicata a cybersicurezza, minacce ibride, tecnologie emergenti e sicurezza marittima (inserendosi nella più ampia strategia europea di proiezione nell’Indo-Pacifico).
Perché è importante?
L’accordo segna il ritorno del commercio come strumento geopolitico. In un contesto globale più frammentato, l’UE punta a costruire relazioni economiche con partner considerati affidabili, riducendo la dipendenza da attori percepiti come più rischiosi, in particolare la Cina.
In particolare, l’intesa ha un valore strategico per l’accesso alle materie prime critiche australiane, essenziali per transizione energetica e tecnologie avanzate. Più che espandere il commercio, l’obiettivo è riorganizzare le dipendenze in modo più sicuro.
Per approfondire:

Sui rimpatri il Parlamento Europeo vira verso una linea più restrittiva  
Cosa è successo?
Il 9 marzo la commissione LIBE del Parlamento europeo ha adottato la propria posizione sulla riforma del sistema dei rimpatri, aprendo i negoziati con Consiglio e Commissione. Il testo rafforza gli strumenti per l’esecuzione delle espulsioni, introducendo il riconoscimento reciproco delle decisioni tra Stati membri, maggiori obblighi di cooperazione per i migranti irregolari e la possibilità di rimpatri verso Paesi terzi “sicuri”.
La proposta si inserisce nel più ampio quadro del Patto su migrazione e asilo del 2024 e punta a superare le inefficienze della Direttiva Rimpatri del 2008, che negli anni ha mostrato tassi di esecuzione molto bassi.
Perché è importante?
La riforma segna un cambiamento politico rilevante: il Parlamento europeo si sposta verso posizioni più restrittive, con una maggioranza costruita anche con il sostegno di forze conservatrici e sovraniste. Il nodo resta irrisolto. Da un lato, l’UE cerca di rendere più efficace un sistema che finora ha funzionato poco; dall’altro, emergono forti tensioni con la tutela dei diritti fondamentali, soprattutto su detenzione prolungata ed esternalizzazione dei rimpatri.
Per approfondire:

Gibilterra: un accordo post-Brexit per gestire un nodo strategico
Cosa è successo?
A fine febbraio è stato pubblicato il testo del trattato che regolerà le relazioni tra Gibilterra, Regno Unito e UE dopo la Brexit. L’accordo, frutto di anni di negoziati, prevede l’eliminazione del confine fisico con la Spagna e l’introduzione di controlli condivisi tra autorità britanniche e spagnole presso porto e aeroporto, mantenendo Gibilterra fuori dallo spazio Schengen ma rafforzando la cooperazione giudiziaria e di sicurezza.
L’intesa include anche un progressivo allineamento agli standard europei in ambiti come commercio, ambiente e lavoro, segnando un riavvicinamento funzionale all’UE.
Perché è importante?
Gibilterra è un micro-spazio ad alta densità geopolitica: un punto di passaggio strategico tra Mediterraneo e Atlantico, dove si intrecciano sovranità, sicurezza e flussi economici.
L’accordo mostra come, anche dopo la Brexit, l’UE e il Regno Unito restino costretti a cooperare nella gestione dei confini e delle interdipendenze: il controllo dei nodi (frontiere, porti, corridoi) continua a essere una leva centrale di potere nello spazio europeo.
Per approfondire



A cura di Davide Tentori  - Ginevra Dolce

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