Newsletter a cura del Desk Europa - Il Caffè Geopolitico
Verso il nuovo bilancio europeo:
cosa vuole diventare l’UE?
L’Infografica:dal QFP 2021–2027 alla proposta della Commissione per il 2028–2034
Infografica a cura della redazione
Infografica a cura della redazione
Proposta della Commissione europea per il nuovo QFP 2028–2034 2000 miliardi di € – bilancio totale per 7 anni (1,26% del reddito nazionale lordo dell'UE)
Come saranno spesi i fondi?
865 miliardi di euro - quasi la metà del totale - per contribuire a colmare il divario tra le regioni d'Europa
409 miliardi di euro per rendere l'Europa più competitiva nell'economia globale
49 miliardi di euro da investire nell'istruzione (Erasmus+) e per promuovere i valori democratici (AgoraEU)
200 miliardi di euro per rafforzare i partenariati con il resto del mondo
Fonte: Commissione UE
Gli importi sono espressi a prezzi correnti. * incluso Horizon Europe. Non è incluso l’Innovation Fund (41 miliardi di euro). ** Connecting Europe Facility (CEF), protezione civile e salute, Programma per il mercato unico (SMP), Programma Euratom per ricerca e formazione, Politica estera e di sicurezza comune (PESC), giustizia, smantellamento nucleare, Paesi e territori d’oltremare (PTOM) e programma Pericle IV.
Di che cosa parliamo
Nelle prossime settimane entrerà nel vivo il negoziato sul nuovo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), il bilancio con cui l’Unione Europea programmerà le proprie priorità economiche e politiche per il periodo 2028–2034. La proposta presentata dalla Commissione europea il 16 luglio 2025 ha aperto il lungo negoziato circa i futuri sette anni di spesa comune che diranno molto non solo su quanto l’UE vuole investire, ma soprattutto su che cosa vuole diventare.
Ogni volta che si apre la discussione sul bilancio europeo, il dibattito pubblico scivola rapidamente in una specie di “ragioneria condominiale” continentale. “Quanto versiamo?”, “quanto riceviamo?”, “chi ci guadagna?”, “chi ci perde?”. L’UE viene raccontata come una macchina costosa, distante, vorace. Un’entità che “prende soldi” agli Stati. Eppure il paradosso è proprio questo: il problema del bilancio europeo è piuttosto quanto sia incredibilmente piccolo rispetto alle funzioni che oggi pretendiamo assolva.
Il QFP vale poco più dell’1% del Reddito Nazionale Lordo europeo. Una cifra minuscola per un’Unione di circa 450 milioni di persone che ambisce contemporaneamente a finanziare transizione energetica, difesa comune, politica industriale, ricerca, sicurezza economica, sostegno all’Ucraina, innovazione tecnologica e coesione sociale. Per dare un ordine di grandezza: gli Stati europei spendono mediamente tra il 45% e il 55% del proprio PIL ogni anno. L’UE, invece, prova a comportarsi da potenza geopolitica con un bilancio che, in termini relativi, assomiglia più a un fondo di compensazione che a uno strumento strategico.
Ed è qui che si apre la vera questione politica. Perché il bilancio europeo è figlio di un’altra epoca. Nasce in un continente convinto che la geopolitica fosse un residuo del Novecento, che la globalizzazione avrebbe reso il mondo progressivamente interdipendente e che gli shock sistemici sarebbero stati eccezioni temporanee. In quel contesto, aveva senso un bilancio costruito soprattutto attorno a due grandi pilastri: agricoltura e coesione territoriale (soprattutto alla luce dell’allargamento ad Est successivo alla caduta del muro di Berlino). Il problema è che oggi il mondo attorno all’Europa funziona secondo logiche completamente diverse.
La sicurezza energetica è tornata una questione di sopravvivenza politica. Le catene del valore sono diventate strumenti di pressione geopolitica. Gli Stati Uniti usano sussidi e dazi per attrarre industria e capitali. La Cina pianifica investimenti strategici su scala continentale. Temi fino a pochi anni fa associati più alla dimensione “domestica” che alle grandi priorità europee, come il mercato immobiliare, stanno diventando questione strutturale di competitività e stabilità sociale in molte economie dell’Unione: la disponibilità di alloggi a prezzi accessibili (housing) incide ormai direttamente su produttività, mobilità del lavoro e consenso politico.
Dentro questo scenario, continuare a discutere del bilancio europeo come se fosse una semplice redistribuzione di fondi tra Stati significa mancare completamente il punto. Anche perché il bilancio UE, storicamente, è sempre stato costruito più per neutralizzare diffidenze reciproche che per proiettare potenza. Da qui nasce la storica ossessione europea per il saldo netto: i cosiddetti Paesi “frugali” cercano di limitare l’espansione del bilancio, mentre altri Stati difendono le politiche da cui ricevono più risorse. È una logica che ha funzionato finché l’Europa si percepiva soprattutto come uno spazio economico regolato. Funziona molto meno nel momento in cui il contesto internazionale torna ad assomigliare a una competizione tra blocchi.
E infatti il nodo vero del nuovo QFP non riguarda soltanto quanti soldi spendere. Riguarda soprattutto cosa l’UE debba diventare nei prossimi dieci anni. Perché ogni euro investito, o non investito, racconta una gerarchia di priorità e ogni rinuncia apre uno spazio che qualcun altro, inevitabilmente, finirà per occupare.
La posta in gioco
La proposta della Commissione nasce dalla consapevolezza difficilmente contestabile che il bilancio europeo, così com’è stato concepito negli ultimi decenni, non basta più perché il mondo attorno all’Europa è diventato molto più costoso politicamente.
Per anni l’UE ha potuto permettersi un bilancio costruito soprattutto attorno a due grandi pilastri, Politica Agricola Comune (PAC) e coesione, pensati per accompagnare l’integrazione economica e ridurre gli squilibri del mercato unico. Un modello figlio di un’epoca in cui la globalizzazione sembrava destinata a neutralizzare la geopolitica, l’energia appariva relativamente abbondante, la sicurezza militare era delegata agli Stati Uniti e la competitività industriale europea non sembrava seriamente minacciata. Quel mondo non esiste più. Difesa, semiconduttori, energia, materie prime critiche, intelligenza artificiale, infrastrutture elettriche, riarmo industriale, sicurezza economica: quasi tutte le priorità strategiche che oggi dominano il dibattito europeo richiedono investimenti enormi, continui e coordinati. E soprattutto richiedono una capacità che l’Unione, storicamente, non ha mai davvero sviluppato: allocare risorse come un attore geopolitico e non soltanto come un arbitro del mercato interno.
Il nuovo QFP prova dunque a spostare il baricentro del bilancio. Non solo più fondi per competitività, difesa, energia e sicurezza economica, ma soprattutto una nuova filosofia: meno compartimenti rigidi, più flessibilità, maggiore integrazione tra programmi, allocazione delle risorse legata a risultati e priorità strategiche. In altre parole: il tentativo di trasformare il bilancio europeo da strumento prevalentemente redistributivo a leva geopolitica.
È qui che emerge il vero spartiacque politico. La logica dei nuovi “National and Regional Partnership Plans” riprende apertamente l’esperienza del NextGenerationEU: piani negoziati tra Commissione e governi centrali, fondi condizionati a obiettivi e milestones, maggiore controllo dell’impatto delle risorse. Per Bruxelles, tutto questo significa superare la frammentazione e rendere il bilancio più efficace. Per il Parlamento Europeo e molte Regioni, invece, il rischio è evidente: concentrare il potere decisionale nella triangolazione Commissione-governi nazionali, svuotando progressivamente la dimensione territoriale dell’integrazione europea.
La questione non è secondaria. La politica di coesione non nasce soltanto per trasferire denaro alle aree meno sviluppate, ma per evitare che il mercato unico produca divergenze permanenti tra territori. Ed è proprio questa funzione che molti temono possa essere sacrificata nel tentativo di rendere il bilancio più “strategico”. Non a caso una parte crescente delle critiche parla apertamente di “nazionalizzazione” della coesione europea.
Il problema in ogni caso è che anche questa trasformazione rischia di restare incompiuta. Perché la Commissione sembra aver compreso la necessità di un salto strategico senza però disporre, né forse voler davvero chiedere, gli strumenti fiscali necessari per realizzarlo. Sebbene le nuove priorità siano in larga parte condivise, il salto quantitativo resta limitato. L’UE continua a voler agire da potenza continentale con una capacità fiscale che rimane poco superiore all’1% del proprio RNL. E così il nuovo QFP rischia di restare intrappolato nella contraddizione storica dell’integrazione europea: ambizioni geopolitiche sempre più grandi, ma una sovranità fiscale comune ancora troppo piccola per sostenerle davvero.
L'eurodeputato popolare Siegfried Mureşan (PPE) e la socialista Carla Tavares (S&D) sono i co-relatori del Parlamento europeo per il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034.
Come la vediamo noi
Il vero banco di prova del nuovo QFP sarà la capacità dell’Unione di imparare dall’esperienza del NextGenerationEU. È ancora presto per trarre un bilancio definitivo, ma i risultati economici – soprattutto in termini di crescita del PIL nei Paesi che hanno ricevuto più risorse, come l’Italia – restano finora inferiori alle aspettative. Eppure, qualcosa di importante è cambiato: il principio dell’erogazione dei fondi legata a obiettivi e riforme rappresenta una svolta culturale prima ancora che finanziaria. Per la prima volta, Bruxelles ha provato a premiare risultati e capacità di attuazione, spingendo gli Stati membri verso un uso più efficiente delle risorse comuni.
È proprio qui, però, che emerge il limite della nuova proposta. Il metodo evolve, ma il salto politico sembra incompleto. Manca ancora il coraggio di rompere davvero con le logiche che da decenni paralizzano il bilancio europeo: negoziati al ribasso, veti incrociati, contrapposizioni tra contributori netti e beneficiari. Il rischio è che anche questa volta la montagna partorisca un “topolino”.
La domanda decisiva è se il contesto geopolitico riuscirà a fare ciò che la sola volontà politica non riesce ancora a compiere. Nel 2020 fu la pandemia a costringere l’Europa a fare un passo storico. Oggi la pressione arriva sia da Ovest, con l’alleato storico statunitense meno affidabile, sia da Est, con una Cina che avanza silenziosamente sul piano industriale e tecnologico.
La minaccia è di tipo esistenziale: se non saranno prese decisioni ambiziose, di lungo termine e in grado di superare le troppe frammentazioni che ancora persistono fra Stati membri, l’UE rischia davvero di essere ridotta al ruolo di mero “sparring partner” delle uniche due grandi potenze rimaste. Se nemmeno questa consapevolezza basterà a spingere l’Unione verso un bilancio più ambizioso e strategico, allora il problema non sarà più la mancanza di strumenti, ma di visione.
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Per non distrarsi
Cosa è successo nel frattempo in Europa?
Regno Unito: i Labour crollano alle elezioni locali e Starmer è sempre più in discussione
Cosa è successo?
Alle elezioni amministrative dello scorso 7 maggio il Partito Laburista del Primo Ministro Keir Starmer ha ottenuto una pesante sconfitta, perdendo migliaia di seggi a livello locale. Quello che si sta delineando è uno scenario unico nella politica d’oltremanica: un sistema multipartitico dove trovano spazio, oltre ai malridotti Laburisti e Conservatori, anche i nazionalisti anti-UE di Reform UK insieme ai Verdi e ai Liberal Democratici. Labour e Conservatori perdono consensi anche in Scozia e Galles, dove gli indipendentisti saranno chiamati a formare i futuri Governi. I Laburisti, tornati al potere nel 2024 dopo 14 anni di governi Conservatori, sono sempre più spaccati tra i sostenitori di Starmer e gli esponenti che chiedono un nuovo corso per il partito. Perché è importante? Dopo l’affermazione alle elezioni locali, Reform UK entra di diritto nei discorsi di potere della politica britannica. Il partito di Farage, uno dei principali artefici della Brexit, porta avanti una piattaforma ideologica molto radicale per gli standard britannici, con una retorica nazionalista, anti-UE, anti-immigrazione e a tratti islamofoba. L’ascesa di un partito che fa della distanza dall’UE un principio imprescindibile complica notevolmente il piano di “Brexit reset” di Starmer, che per il momento non si dimette. Per approfondire:
L’UE scommette sul nuovo corso della Siria come chiave per tornare rilevante in Medio Oriente
Cosa è successo? La Commissione Europea ha di recente manifestato l’intenzione di riprendere i rapporti diplomatici, commerciali e strategici con la Siria, interrotti circa un decennio fa. Il nuovo corso di Damasco, sotto la guida di Al-Sharaa, sebbene ancora bloccato in una fase transitoria, offre opportunità su vari livelli che sempre più attori internazionali stanno prendendo in considerazione. Per Bruxelles ripristinare i buoni rapporti con la Siria iniziati nel 1978 significa aggiungere un nuovo partner alla propria politica estera e a quella commerciale. Per raggiungere una stabilizzazione la Siria ha bisogno di partner e di sostegno, e l’UE sembra pronta ad accettare la scommessa. Perché è importante? La ripresa delle relazioni con la Siria, Paese protagonista dei flussi migratori e della filiera energetica in Medio Oriente, rappresenta per l’UE l’opportunità di affermarsi come attore presente e coinvolto nella geopolitica regionale. Dalla sicurezza e dalla ricostruzione della Siria passano numerosi interessi europei ma non solo, poiché anche gli Stati Uniti, la Russia e la Cina si sono già mossi per partecipare alla rinascita del Paese, tanto instabile internamente quanto esternamente alle frontiere sensibili con Israele, Turchia e Iraq. L’esperimento siriano, con uno sguardo più ampio, potrebbe inaugurare per l’UE una nuova postura della politica estera comune in Medio Oriente, maggiormente assertiva e strategica ma sempre fondata sulla diplomazia e sulla cooperazione. Per approfondire:
Al briefing ONU su UNMIK si discute anche del futuro europeo del Kosovoe
Cosa è successo? Il 9 aprile si è tenuto a New York il briefing sul ruolo e sulle prospettive future della missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK). Il Rappresentante Speciale Peter Due è intervenuto per fare il punto sulla situazione del Paese, alle prese con i primi mesi del nuovo Governo Kurti. Dopo la stabilizzazione avvenuta anche grazie alla presenza di peacekeepers ONU, il Kosovo ha intrapreso nel 2022 il percorso di adesione alla membership UE. Dal momento che le Istituzione europee auspicano un futuro europeo per tutti i Paesi dei Balcani Occidentali, il nodo principale resta il rapporto con la Serbia, da cui il Kosovo si è dichiarato indipendente nel 2008 senza mai essere riconosciuto da Belgrado. Tra i 27 Stati membri dell’UE sono 5 quelli che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo: Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia. Stesso discorso anche per Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.
Perché è importante? La normalizzazione dei rapporti tra Pristina e Belgrado resta uno step cruciale per la stabilizzazione e il futuro europeo dei Balcani occidentali. Dal punto di vista diplomatico ci sono stati leggeri progressi negli ultimi anni, ma episodi violenti come gli attacchi di Banjka (2023) e Ibër-Lepenc (2024) mantengono alta la tensione. Rimane auspicabile un incontro bilaterale tra i Primi Ministri Kurti e Vučic, con l’obiettivo di risolvere le questioni ancora aperte al confine settentrionale e normalizzare i rapporti, per assicurare a entrambi i Paesi un futuro pacifico ed europeo. Per approfondire:
Bulgaria: l’ex Presidente della Repubblica Rumen Radev eletto Primo Ministro con la maggioranza assoluta
Cosa è successo? Lo scorso 19 aprile la Bulgaria è andata al voto per l’ottava volta negli ultimi cinque anni, confermandosi uno dei Paesi più politicamente instabili dell’UE. A differenza del passato recente, le urne hanno consegnato la maggioranza assoluta e un mandato forte al vincitore, l’ex Presidente della Repubblica (2017-2026) Rumen Radev. Dopo essersi dimesso e aver lasciato la poltrona presidenziale alla sua vice Iotova, Radev ha fondato il partito “Bulgaria Progressista”, populista e vagamente euroscettico, candidandosi a Primo Ministro con l’obiettivo di combattere la presunta corruzione dell’élite politica bulgara.
Perché è importante? Dopo essere entrata nell’UE nel 2007, la Bulgaria ha faticato a trovare stabilità politica ed economica, esponendosi a ingerenze esterne e a malcontento popolare. Sul finire del 2025, con il Paese in procinto di aderire all’Eurozona, il livello di tensione tra cittadini e Istituzioni è salito esponenzialmente portando alle dimissioni l’ex Primo Ministro Željazkov, responsabile di una manovra di bilancio piena di tagli agli investimenti e di aumenti della tassazione. Il compito di Radev sarà quello di portare stabilità e riforme, ma le simpatie di quest’ultimo verso Russia e Cina rischiano di complicare il dialogo con l’UE. Per approfondire:
A cura di Ginevra Dolce - Giorgio Fioravanti - Davide Tentori
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