L'Africa al Mondiale americano

World Coffee Cup - Record di squadre, un’imponente diaspora, ma anche difficoltà per i visti e debolezza politica: l’Africa pesa sempre più nel calcio mondiale, ma non conta ancora abbastanza.

Con l’allargamento a 48 squadre, i posti garantiti alla Confédération Africaine de Football (CAF) sono passati da 5 a 9, più uno conquistato dal Congo nello spareggio intercontinentale: dieci africane al Mondiale, mai così tante. Un traguardo significativo: nel 1966 l’Africa boicottò il torneo perché le veniva concesso un solo posto da contendersi con l’Asia. Oggi i 54 membri della CAF rappresentano il secondo blocco di voti all’interno della FIFA (dopo la UEFA, 55). Non è un caso che il Presidente della CAF, il miliardario sudafricano Patrice Motsepe, sia un fedele alleato di Infantino: il sostegno africano è stato decisivo nel decennio di presidenza del dirigente italo-svizzero ed è stato premiato con l’allargamento.

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C’è poi la diaspora ad arricchire la presenza del continente al Mondiale, con moltissimi calciatori di origine africana che militano nelle Nazionali di tutto il mondo. Negli ultimi anni, però, è emersa una nuova tendenza: le selezioni africane sono più “attraenti” anche per chi potrebbe giocare altrove. Due casi di peso: Brahim Díaz e Ayyoub Bouaddi, che hanno rinunciato rispettivamente a Spagna e Francia per vestire la maglia del Marocco. Del resto, quasi metà dei giocatori africani al Mondiale è nato fuori dal continente, segno di quanto l’emigrazione costituisca un bacino di talenti per le Nazionali d’origine.

Come in passato, comunque, l’emigrazione continua ad alimentare anche le squadre dei Paesi d’arrivo: lo dimostrano i vari Bukayo Saka, Lamine Yamal, Alexander Isak, Jérémy Doku e altri che hanno scelto Nazionali europee, ma anche l’Australia, che ha convocato tre attaccanti nati in campi profughi africani, compresa la giovane stella Nestory Irankunda.
Per ora la performance africana in campo è andata ben oltre le aspettative: nove squadre hanno conquistato i sedicesimi, una percentuale maggiore delle compagini europee e sudamericane. Il Marocco, quarto in Qatar nel 2022, ha raggiunto ieri gli ottavi sconfiggendo l’Olanda. Costa d’Avorio, Egitto, Congo e Sudafrica (uscito contro il Canada) non avevano mai superato il primo turno, mentre Capo Verde è già la “favola” del Mondiale. Il percorso per le africane è difficile, ma è più che lecito sperare in altre imprese.

Al numero record di squadre CAF qualificate fa da contraltare la difficoltà per giocatori, staff e tifosi africani ad entrare negli Stati Uniti. È nota la vergognosa vicenda dell’arbitro somalo espulso a pochi giorni dall’inizio del torneo. Su Senegal e Costa d’Avorio pesano restrizioni parziali sui visti. Anche le delegazioni e i tifosi di Marocco, Sudafrica e Ghana hanno incontrato ostacoli all’arrivo. È paradossale che il continente sia così penalizzato dalle politiche migratorie statunitensi, proprio nell’edizione in cui l’Africa risulta più rappresentata che mai.

La contraddizione è evidente: l’Africa acquista peso nel calcio mondiale, ma non riesce a capitalizzarlo per ottenere il dovuto rispetto sportivo e politico. Una contraddizione su cui dovrebbe interrogarsi l’attuale dirigenza CAF che, adeguandosi ossequiosamente alle richieste di FIFA e UEFA, ha sostenuto la decisione di tenere la Coppa d’Africa ogni quattro anni, invece che ogni due.

Giovanni Tosi - Il Caffè Geopolitico
World Coffee Cup è lo speciale de Il Caffè Geopolitico dedicato al Mondiale FIFA 2026.
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