Espresso Europeo – 1 luglio

Newsletter a cura del Desk Europa - Il Caffè Geopolitico

 Il futuro del SEAE: 

serve ancora una “diplomazia” europea?


L’Infografica: la geografia della diplomazia europea
Infografica a cura della Redazione


 

Di che cosa parliamo

Il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE/EEAS) è il servizio diplomatico dell'UE e attua la politica estera e di sicurezza dell'Unione. Non rientra tra le sette istituzioni dell’UE (Parlamento Europeo, Consiglio Europeo, Consiglio dell'Unione Europea, Commissione Europea, Corte di Giustizia dell'Unione Europea, Banca Centrale Europea, Corte dei Conti Europea); è costituito da un insieme di uffici, con sede a Bruxelles, che include svariati servizi e delegazioni. Sebbene l’UE abbia condotto attività diplomatiche fin dai suoi primi anni, su impulso dei singoli Stati membri e in un secondo momento della Commissione, il servizio diplomatico è stato introdotto solamente tra il 2010 e il 2011 dopo la ratifica del Trattato di Lisbona.
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Fin dalla sua creazione, a partire dalla denominazione poco accattivante e fin troppo generica, il SEAE ha incontrato numerose difficoltà nell’affermarsi come nuovo quartier generale della diplomazia europea. Alla sua guida c’è l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza (attualmente Kaja Kallas, ex Primo Ministro dell’Estonia) che, in qualità di Presidente del Consiglio Affari Esteri, fornisce la direzione della politica estera insieme ai Capi di Stato e di Governo degli Stati membri. Il SEAE non è paragonabile a un Ministero degli Esteri dell’UE, ma piuttosto a una sua Direzione Generale, vista la portata e l’autonomia limitate, essendo responsabile principalmente della gestione della rete diplomatica dell’UE nel mondo e della formazione diplomatica sovranazionale del personale proveniente dagli Stati membri.

Come detto, l’indirizzo politico e diplomatico dell’UE viene discusso e stabilito in sede di Consiglio Europeo (che incarna la dimensione intergovernativa dell’UE, poiché i suoi membri, Capi di Stato e Governo dei 27, rappresentano gli Stati, non l'interesse dell'Unione) a seguito della consultazione del Parlamento e dopo il parere del collegio dei Commissari. Nelle ultime due legislature, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha gradualmente assorbito sulla propria carica numerose prerogative dell’Alto Rappresentante, indebolendone il ruolo e configurandosi come il centro quasi esclusivo della diplomazia europea. Tendenza che, anche alla luce della delicatissima situazione internazionale in cui l’UE fatica ad affermarsi come interlocutore diplomatico affidabile, ha provocato reazioni di dissenso negli ambienti europei, portando i Governi di alcuni Stati membri come Francia e Germania a ipotizzare una riforma o addirittura la chiusura del SEAE.

All’inizio di giugno, il quotidiano britannico Financial Times ha citato il contenuto di un documento interno al governo francese, approvato anche dalla Germania, in cui si esprimeva la necessità di riformare profondamente la diplomazia europea attraverso tre proposte alternative di crescente radicalità.
La prima opzione è l’unica in cui l’Alto Rappresentante vedrebbe rafforzati i propri poteri e la propria influenza, a seguito di un trasferimento di competenze riguardanti la “sfera esterna” dai portafogli dei Commissari al SEAE.
Il secondo scenario comporterebbe un’ulteriore perdita di poteri dell’Alto Rappresentante a vantaggio del Consiglio Europeo, trasformando la politica estera in un dossier a trazione intergovernativa, non solo nell’indirizzo politico ma anche nella gestione dei processi diplomatici.
L’ultimo scenario, che a dire la verità appare già parzialmente in atto, prevede l’accentramento da parte della Commissione dell’indirizzo diplomatico e di politica estera, esautorando quasi totalmente il SEAE e riducendo l’Alto Rappresentante a mera figura burocratica all’interno del quadro istituzionale dell’UE.

L’ipotesi di smantellare integralmente il SEAE appare oggi inverosimile, ma il dibattito sulla sopravvivenza del servizio diplomatico europeo è ormai avviato irreversibilmente. Il ruolo sempre più marginale dell’UE nella prevenzione e gestione dei conflitti, nei processi di pace e nei forum multilaterali rischia di erodere ulteriormente la natura di un’organizzazione nata come progetto di pace fondato su un processo integrativo inizialmente economico e mai del tutto evoluta in attore politico e diplomatico unitario. 

La riforma della politica estera e del sistema diplomatico rimane, come le altre questioni fondamentali presenti nei trattati fondativi, soggetta a voto unanime degli Stati membri. L’esistenza stessa di un dibattito e di concrete proposte di riforma – altre saranno presentate nei prossimi mesi anche dallo stesso Alto Rappresentante – testimonia la crescente consapevolezza, all'interno delle istituzioni europee e di alcuni Stati membri, che l'attuale architettura della politica estera dell'Unione non sia più adeguata al contesto geopolitico. Resta però da capire se questa consapevolezza sarà sufficiente a tradursi nelle scelte politiche necessarie

La posta in gioco

Il dibattito sul futuro del SEAE rischia di concentrare l'attenzione sul bersaglio sbagliato. La questione non è tanto se funzioni bene o male, né se le sue competenze debbano essere redistribuite tra Commissione, Consiglio e Stati membri. Il vero interrogativo è se l'UE voglia, e in egual misura possa, dotarsi di una politica estera comune all'altezza delle sfide del nuovo contesto internazionale.

Negli ultimi anni lo spazio della competizione internazionale è tornato a essere scandito dalla logica della potenza. La guerra si è ripresentata nelle sue vesti novecentesche nel continente europeo, il confronto tra Stati Uniti e Cina ha assunto dimensioni sistemiche, il Medio Oriente continua a rappresentare un epicentro di instabilità e, proprio nelle ultime settimane, i negoziati tra Washington e Teheran hanno ricordato come anche i conflitti più duri trovino inevitabilmente uno sbocco sul terreno politico. Gli attori, costretti a ponderare i costi economici della guerra, tornano a riconsiderare la diplomazia come strumento essenziale con cui tutelare i propri interessi.

L'UE ambisce da tempo a sedersi al tavolo negoziale delle grandi potenze, ma continua a scontare un limite strutturale: possiede strumenti diplomatici, economici e normativi di primissimo piano, ma fatica a trasformarli in una politica estera coerente, perché le decisioni fondamentali restano nelle mani degli Stati membri e richiedono, nella maggior parte dei casi, l'unanimità. Per questo motivo la discussione sul SEAE è solo la manifestazione più evidente di una questione molto più profonda: il difficile equilibrio tra integrazione europea e sovranità nazionale.

Come la vediamo noi

Il futuro del SEAE dipenderà certamente dalle riforme istituzionali che saranno discusse nei prossimi mesi. Ma crediamo che il problema non possa essere risolto semplicemente modificando l'architettura amministrativa della diplomazia europea. Una diplomazia, per definizione, non produce la politica estera: la rappresenta. Se manca una volontà politica comune, nessun servizio diplomatico potrà colmare quel vuoto.

In fondo, questa tensione accompagna il processo di integrazione europea fin dalle sue origini. Il metodo sovranazionale, inaugurato sulle ceneri delle Guerre Mondiali con la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio (CECA) e poi consolidato con il mercato comune, ha funzionato soprattutto nei settori economici, dove gli Stati hanno progressivamente accettato di condividere competenze e limitare la propria autonomia decisionale. La CECA nacque dall'intuizione, al tempo stesso politica e simbolica, che mettere in comune la produzione delle materie prime indispensabili all'industria bellica significasse rendere la guerra non solo indesiderabile, ma materialmente più difficile. La condivisione della sovranità economica divenne così il fondamento di una pace costruita attraverso l'interdipendenza, anziché il semplice equilibrio di potenza

Diverso è stato il percorso della politica estera, della difesa e della sicurezza, considerate il cuore della sovranità nazionale. Non è un caso che proprio questi ambiti siano rimasti prevalentemente intergovernativi anche dopo il Trattato di Lisbona. 

L'Unione si trova così davanti a un bivio. Può continuare a preservare integralmente le prerogative nazionali in materia di politica estera, accettando però che la sua azione internazionale rimanga inevitabilmente frammentata. Oppure può scegliere un'integrazione più profonda, almeno tra quei Paesi disposti a procedere insieme, attraverso meccanismi di cooperazione rafforzata (introdotti con il Trattato di Amsterdam e oggi disciplinati dai Trattati dell'Unione, che consentono a un gruppo di almeno nove Stati membri di avanzare nell'integrazione senza attendere il consenso unanime degli altri, lasciando comunque aperta la possibilità di aderire in un secondo momento), un progressivo superamento dell'unanimità e una più chiara attribuzione delle responsabilità politiche.

Il dibattito sul SEAE, quindi, non riguarda soltanto il destino di un'istituzione nata con il Trattato di Lisbona, ma ancor più il modello di integrazione che l'UE intende perseguire nei prossimi anni. Se gli Stati membri continueranno a considerare la politica estera come una competenza essenzialmente nazionale, anche il servizio diplomatico europeo resterà uno strumento dai margini di azione limitati. Se invece prevarrà la consapevolezza che il peso internazionale dell'UE dipende anche dalla capacità di decidere e agire insieme, allora il rafforzamento del SEAE diventerà una conseguenza naturale di una scelta politica più profonda, non il suo presupposto.



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Per non distrarsi

Cosa è successo nel frattempo in Europa?

In Regno Unito si chiude l'era Starmer, il partito labourista cerca una nuova rotta 
Cosa è successo?
Dopo appena due anni a Downing Street, il Premier Keir Starmer ha annunciato le proprie dimissioni, cedendo alle pressioni interne di un Partito Laburista sempre più diviso e preoccupato per il rapido crollo del consenso. Eletto nel 2024 con una maggioranza parlamentare senza precedenti dai tempi di Tony Blair, Starmer aveva promesso di archiviare l'instabilità degli anni della Brexit e dei governi conservatori. Tuttavia, la debole crescita economica, le difficoltà nell'attuazione del cosiddetto Brexit reset e l'incapacità di rilanciare il ruolo internazionale del Regno Unito hanno rapidamente eroso la sua leadership. Il favorito per la successione è Andy Burnham, esponente dell'ala "soft left" del Labour ed ex sindaco di Greater Manchester, chiamato a ricompattare il partito e a contenere l'ascesa di Reform UK guidato da Nigel Farage.
Perché è importante?
Le dimissioni di Starmer confermano che il Regno Unito non ha ancora trovato un nuovo equilibrio politico dopo la Brexit. Sul piano internazionale, Londra rischia di perdere ulteriore peso proprio mentre l'Europa è chiamata a ridefinire la propria architettura di sicurezza e il rapporto con gli Stati Uniti. La successione a Starmer sarà quindi un banco di prova non solo per il futuro del Partito Laburista, ma anche per comprendere quale ruolo il Regno Unito intenda ritagliarsi nel nuovo equilibrio geopolitico europeo.
Per approfondire:

Spagna: il PSOE tra scandali, calo di consensi e popolarità all’estero
Cosa è successo?
Momento difficile per il Partido Socialista (PSOE) del Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez, in carica dal 2018 e recentemente al centro di diversi scandali e un generalizzato calo di consensi. Nonostante la percezione più che positiva che si registra all’estero, grazie all’attivismo diplomatico, ai dati sulla crescita economica e alle innovazioni nel settore energetico, il Governo spagnolo sta attraversando probabilmente uno dei periodi più complicati della sua storia recente. Nell’ultimo anno si sono moltiplicati scandali e indagini riguardanti esponenti del PSOE o figure vicine al partito, partendo dallo stesso Sánchez e da sua moglie fino ad arrivare all’ex Primo Ministro José Zapatero (2004-2011).
Perché è importante?
Le indagini, che secondo numerose fonti si stanno concentrando sulla ricerca di eventuali reti strutturate, interne o affiliate al partito, dedite ad attività illegali, hanno avuto conseguenze in termini di reputazione e consenso. Nei sondaggi nazionali il PSOE (25-26%) viene dato sistematicamente dietro al Partido Popular (29-30%), mentre a livello locale appare in difficoltà anche in alcune comunità autonome storicamente “rosse”, dove si fanno strada le forze di centro-destra (PP) e destra radicale (Vox). Sempre più frequenti anche le manifestazioni popolari, che accusano il Governo di essere corrotto e di lavorare contro gli interessi dei cittadini spagnoli.
Per approfondire:

Ungheria: il nuovo paradigma post-orbaniano di Magyar
Cosa è successo?
La storica vittoria di Peter Magyar alle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile ha dato avvio a un nuovo corso della storia politica del Paese e non solo. La caduta di Orbán dopo 16 anni al potere rappresenta per i cittadini magiari una svolta ancora difficile da immaginare fino in fondo. Non si tratta infatti di una semplice successione politica, ma di un cambio di paradigma che investirà ogni singolo apparato statale, compresi i media e la magistratura, e resetterà la postura internazionale dell’Ungheria e le sue alleanze.
Perché è importante?
Durante l’era di Orbán, l’Ungheria era diventata il principale alleato europeo di Mosca, arrivando a bloccare in numerose occasioni l’invio di aiuti economici all’Ucraina, che l’UE si è impegnata a difendere a seguito dell’invasione russa del febbraio 2022. Sebbene Magyar abbia già provveduto ad prendere le distanze dalla Russia, ha altresì dichiarato di non voler inviare armi direttamente a Kiev e di non vedere un futuro europeo per l’Ucraina. Dunque, un netto cambio di paradigma ma evitando di compromettere ulteriormente il già fragile equilibrio europeo.
Per approfondire:
La crisi di Hormuz come occasione per ripensare la geopolitica europea
Cosa è successo?
La chiusura prolungata dello stretto di Hormuz, che ha mandato in corto circuito le catene di approvvigionamento globali facendo impennare i costi dell’energia e del commercio, ha riacceso il dibattito sull’imprescindibilità logistica e geopolitica dei cosiddetti “colli di bottiglia” (choke points). Per evitare di paralizzare l’economia mondiale, la ricerca di alternative si è rivelata cruciale, anche nell’evenienza che tali blocchi si riverifichino in futuro. Per l’Europa una possibile soluzione è rappresentata dallo Stretto di Gibilterra, il più occidentale tra i colli di bottiglia, strategicamente collocato tra Atlantico e Mediterraneo e tra Europa e Africa.
Perché è importante?
Lo stretto di Gibilterra è ancora oggi uno degli stretti più trafficati al mondo, in virtù del costante passaggio di navi commerciali, militari e turistiche. La presenza della NATO nell’area rende il transito sicuro, mentre gli investimenti infrastrutturali dei governi locali, dell’UE e della Cina promettono un futuro florido per le attività in questa area strategica. Un’occasione importante, dunque, per ricalibrare la geopolitica dei flussi marittimi e ridurre la dipendenza da colli di bottiglia a rischio e da Paesi esportatori ostili.
Per approfondire:


A cura di Ginevra Dolce - Giorgio Fioravanti

Il Caffè Geopolitico
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