Please, make soccer football again
World Coffee Cup - Il Mondiale è finito e ha vinto la Spagna. Complimenti alla Spagna. Che altro dobbiamo dire? Contenti Trump, Infantino, Tom Cruise e gli influencer, contenti tutti. Un editoriale non idratato.
Prendiamo per esempio la storia delle zolle del campo: la FIFA, con la disinvoltura di chi vende souvenir a un funerale, aveva messo in commercio parti del prato MetLife Stadium a tremila dollari. Il problema? Lo stadio è pubblico, di proprietà dello Stato del New Jersey che, in modo trasversale, si è opposto all’iniziativa. Un dettaglio minuscolo, ma emblematico di un torneo nel quale tutto, letteralmente tutto – persino l'erba sotto i piedi dei giocatori – è stato considerato merce, prima ancora di essere gioco e sport.
Abbiamo passato giorni a interrogarci se questo fosse ancora “il calcio del popolo”, però dobbiamo riconoscere che la domanda è ormai superata, quasi commovente nella sua ingenuità. Il problema non è che il calcio abbia smesso di appartenere al popolo, perché alla fine le persone lo seguono e lo prendono com’è: il punto casomai è che questo, semplicemente, non è più calcio. È un altro sport, che del calcio ha conservato le impostazioni generali, ma non l'anima, i tempi, l’accessibilità, i messaggi spontanei. Non stiamo parlando delle innovazioni o della tecnologia, ma proprio del significato del pallone.
Ripercorriamo, con la pazienza di chi sfoglia un album di famiglia imbarazzante, come ci siamo arrivati. Abbiamo aperto questa newsletter raccontando di un arbitro somalo, Omar Artan, fermato in dogana e rimpatriato per presunti legami con al-Shabaab pochi giorni prima di scendere in campo. La FIFA, che pure aveva trovato in passato margini di manovra per far arrivare atleti e spettatori in Sudafrica, Russia e Qatar, stavolta non ha potuto far nulla, così come rispetto al trattamento di Iran, Uzbekistan e molti tifosi. Nonostante il Mondiale fosse organizzato da tre Paesi, tutto è ruotato attorno a Donald Trump – vincitore del FIFA Peace Prize per aver fermato una decina di guerre e perso comunque il Nobel. Poi è arrivata la vicenda Folarin Balogun, con l’intervento diretto e rivendicato dal Presidente, che ha ottenuto la sospensione di una squalifica: alla fine, anche per l’eliminazione di Team USA, siamo andati avanti con la rassegnata acquiescenza della benzina che aumenta perché Hormuz è ormai il gatto di Schrödinger. Alla fine, a Trump è stato concesso di consegnare la Coppa - come solo Mussolini e Videla prima di lui - e un imbarazzato Infantino ha cercato invano di portarlo fuori dall'inquadratura quando Rodri ha alzato il trofeo.
Altro punto, la pubblicità. Bel tentativo, FIFA, ma abbiamo capito tutti da subito che gli hydration break, introdotti con la scusa della salute dei giocatori, fossero solo time-out mascherati per infilare uno spot in più, alterando il flusso di gioco. E infatti le squadre hanno rimodulato le tattiche: più di un gol su tre nella fase a eliminazione diretta è arrivato dopo il 75', con partite ormai spezzate come un video su YouTube. [SPAGNA-ARGENTINA 1-0 SPOILER A SORPRESA, SCACCO MATTO!] E poi gli stadi, trasformati in centri commerciali con un rettangolo verde di contorno: schermi ovunque, spazi vuoti sugli spalti nonostante i numeri record sbandierati dalla FIFA, un modello “Super Bowl” che espelle quei tifosi e quella working class che un tempo erano il cuore del calcio.
Nemmeno l'Africa, con dieci squadre qualificate, è riuscita a capitalizzare il peso crescente in termini di rispetto politico: tra delegazioni bloccate, visti negati e tifosi respinti alle frontiere, la Federazione che pesa di più nelle urne della FIFA è risultata quella più penalizzata dalle politiche del principale Paese organizzatore. Un'altra contraddizione che il torneo non ha nemmeno provato a nascondere, semplicemente perché non ne ha avuto bisogno: nessuno gliel'ha chiesto con sufficiente insistenza.
Eppure, con squisita ironia, l'ultimo atto del torneo ci ha restituito, sul terreno di gioco, il calcio più europeo di sempre. Tra le due finaliste, si contano sulle dita i giocatori che militano fuori dall’Europa: qualcuno in Argentina, in Brasile e nella MLS, per il resto tutti in Liga, Premier, Serie A. Fino a qualche anno fa Europa e Sudamerica si spartivano il torneo in un mondo ancora relativamente prevedibile: oggi il Mondiale si è allargato a 48 squadre, il peso di Africa e Asia dentro la FIFA è cresciuto, i Paesi del Golfo sono entrati con i loro miliardi, assistiamo alla quintessenza dello sportwashing tra hotel di lusso, criptovalute con il logo FIFA e Presidenti che ottengono regole speciali per la loro presenza. Eppure il potere economico reale del gioco si è concentrato ulteriormente nei campionati europei.
Questo è un altro paradosso trumpiano: un Mondiale progettato per esaltare la potenza delle Americhe ha finito per certificare sul campo la centralità totale dell'Europa dei club. Fuori dal rettangolo, invece, Trump e Infantino sono probabilmente convinti di aver trionfato entrambi senza che ci sia mai stata davvero una partita. Il gioco, quello vero, quello della palla rotonda che gira e che per definizione apparteneva a tutti, è rimasto altrove. Forse, ieri sera, si è pure addormentato sul divano. Ci vediamo nel 2030 in Marocco, Portogallo e Spagna, magari con 64 squadre. Complimenti alla Spagna e grazie a tutti per aver seguito World Coffee Cup con il Caffè Geopolitico. Adesso, please, make soccer football again.
Beniamino Franceschini, Emiliano Battisti, Davide Tentori, Giovanni Tosi - Il Caffè Geopolitico
World Coffee Cup è lo speciale de Il Caffè Geopolitico dedicato al Mondiale FIFA 2026.
La nostra rubrica gratuita vi ha accompagnati e accompagnate con approfondimenti per capire il Mondiale nordamericano e perché non sia solo un gioco.
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