La National Security Strategy di Trump
Caffè Americano - La National Security Strategy 2025 di Trump codifica il suo pensiero tra America First e MAGA, isolazionismo à la carte e ostilità ideologica verso l'Unione Europea.
Che cosa è successo
La prima settimana di dicembre 2025 è iniziata con l’introduzione della National Security Strategy (NSS) 2025 prodotta dall’Amministrazione Trump. Questo documento, redatto periodicamente dall’esecutivo statunitense, delinea gli obiettivi e le priorità strategiche in ambito di sicurezza dell’Amministrazione in carica e le modalità in cui intende perseguirli. Nonostante sia comunque un documento di indirizzo generale, la National Security Strategy del 2025 appare come molto più retorica dei suoi predecessori.
La sensazione, infatti, è quella di trovarsi di fronte a un manifesto ideologico. Con buona pace dei richiami espliciti a pragmatismo e realismo, il documento strategico è un’ufficializzazione della retorica MAGA. Retorica che, del resto, era già stata introdotta con la NSS del primo Governo Trump nel 2017. Il concetto di “America First”, e quindi di condizionare la partecipazione nello scenario internazionale totalmente all’interesse nazionale, era già stato ampiamente dichiarato come principio guida della politica di Trump nel 2017. Allo stesso modo, l’intento di promuovere la pace attraverso proiezioni di forza permea gli obiettivi di entrambe le strategie. Nel 2017, tuttavia, la NSS rimaneva fedele agli stilemi delle precedenti, contenendo obiettivi e priorità molto più operativi rispetto alla versione più ideologica del 2025.
La differenza sostanziale, al di là dei fattori contingenti che rendevano il periodo 2016-2017 un momento storico molto diverso dall’attuale, sta proprio nell’assenza di una struttura ideologica di fondo nella prima esperienza MAGA. Nel 2025, invece, Trump è salito al governo potendo contare su un team molto più strutturato a livello amministrativo, ma anche, e soprattutto, a livello ideologico. La NSS 2025 rappresenta il culmine della definizione di questa dottrina.
Sotto molti aspetti, il documento formalizza in forma teorica le dinamiche già emerse nei primi mesi dell’Amministrazione Trump 2.0: l’inasprimento delle politiche migratorie e il conseguente dispiegamento militare a ridosso dei confini, soprattutto verso l’America Latina; il ridimensionamento dell’impegno statunitense nei contesti multilaterali, con particolare riferimento al tema della ricalibrazione del “carico condiviso” in seno alla NATO; un riposizionamento economico-industriale volto a ricentrare le priorità di sviluppo degli Stati Uniti rispetto alla competizione internazionale (in primis con la Cina), un processo già avviato, tra difficoltà e incertezze, con la NSS del 2017.
Queste priorità ideologiche si articolano attorno a principi che richiamano la sovranità nazionale e una visione dichiaratamente realista degli equilibri globali, traducendosi per le controparti estere in una forma peculiare di non-interventismo.
Perché è importante
La NSS 2025 trasferisce la visione dell’ala amministrativa-trumpiana nella dottrina ufficiale degli USA. Non si tratta di retorica elettorale, né di indicazioni operative per il movimento MAGA, ma della codificazione di un nuovo paradigma fondato su sovranità competitiva, rifiuto dei vincoli multilaterali e uso strategico della minaccia. Per quanto il documento confermi misure già avviate da Trump, la sua conoscenza è necessaria per comprendere la base ideologica e gli indirizzi dell’azione statunitense, senza restare disorientati da riallineamenti, shock e volatilità decisionale.
Anche il Vecchio Continente dovrà confrontarsi con la NSS, che distingue nettamente tra l’Europa come soggetto identitario e l’UE quale costrutto globalista artificiale, ostile al principio di sovranità. L’avviso della Casa Bianca è chiaro: se Bruxelles proseguirà sulla propria strada, gli USA sosterranno le forze “patriottiche” europee con un’ingerenza politica diretta.
In questo scenario, l’Italia si trova a un bivio. Il Governo Meloni ha spesso ribadito la volontà di non discostarsi da Washington, agendo da ponte fra Trump e l’UE. Le regole del Presidente statunitense e le sue valutazioni affaristiche e opportunistiche, tuttavia, valgono ugualmente per tutti – amici e nemici dipendono dal tornaconto personale. Di conseguenza, la ridefinizione degli equilibri transatlantici, la minore protezione di Washington, la competizione sovranista e la necessità di adeguare l’UE a un sistema sempre più incerto e frammentato incideranno sull’Italia, che per ora non sembra in grado di tenere il ritmo di Regno Unito, Francia e Germania – né forse di averne le intenzioni.
America First non è isolazionismo
Spesso si pensa che la teoria dell’America First in salsa trumpiana sia un nuovo isolazionismo. In realtà i casi di intervento sono diversi, anche se non necessariamente militare.
La nuova America First considera il mondo come un insieme di Stati, i quali avrebbero il diritto di perseguire i propri interessi, così come farebbero gli Stati Uniti. Questa sovranità non è però concepita come per tutti uguale, perché gli USA avrebbero talmente tanti interessi che sarebbe per loro impossibile aderire a un non interventismo completo. L’Amministrazione Trump lo ha dimostrato prima di metterlo nero su bianco. Un esempio sono i dazi quasi generalizzati usati come minaccia per ottenere qualcosa in cambio, materiale o immateriale. Un altro è la tregua a Gaza, imposta, soprattutto a Israele, dopo che quest’ultimo aveva colpito il Qatar, Paese dove la famiglia presidenziale ha forti interessi economici.
Il nodo di questa dottrina è che spesso non coincide con l’idea del movimento MAGA duro e puro, che invece punta davvero a un quasi isolazionismo per concentrarsi soprattutto sull’interno. Che magari può tollerare la guerra dei dazi in funzione di re-industrializzazione, ma che è contrario a interventi militari come quelli in Medio Oriente in aiuto a Israele e come quello minacciato contro il Venezuela. Coincidono, invece, sulla guerra in Ucraina, dove solo le circostanze diverse impediscono, per ora, a Trump di fare un blitz stile Gaza, fermare il conflitto in termini favorevoli alla Russia e fare affari anche lì.
Daria Vernon De Mars, Beniamino Franceschini, Emiliano Battisti - Il Caffè Geopolitico
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