Inizia oggi una nuova newsletter mensile de "Il Caffè Geopolitico" per approfondire le principali vicende e dinamiche che caratterizzano il continente europeo, con un'attenzione specifica per le vicende dell'Unione Europea. Incominciamo con un focus sulle proposte per rafforzare la Difesa continentale. Inoltre, nella seconda parte della newsletter, trovate alcune notizie di particolare rilevanza da tenere d'occhio. Buona lettura! Davide Tentori - Ginevra Dolce__________________________________
Verso una difesa comune europea: è la volta buona?
L’Infografica: in Europa si spende davvero così poco per la Difesa?
Infografica a cura della Redazione
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Di che cosa parliamo
Von der Leyen: "Si vis pacem, para bellum" Da alcune settimane in Europa si parla solo di politiche di sicurezza e difesa. L’emergenza di tale discussione si è verificata in seguito alle prime mosse della Presidenza USA di Donald Trump, che ha minacciato di privare l’Ucraina del proprio supporto per riavvicinarsi alla Russia e, al contempo, ha chiesto all’Unione Europea di aumentare sensibilmente la propria spesa per la Difesa in ambito NATO (dall’obiettivo attualmente previsto del 2% fino addirittura al 5% del Pil nazionale) con la minaccia di ridurre il proprio impegno nell’Alleanza Atlantica e di privare sostanzialmente il Vecchio Continente dell’ombrello difensivo che dura dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Ecco dunque che, in pochi giorni, si sono moltiplicate le iniziative, non solo all’interno dell’UE ma anche con il diretto coinvolgimento del Regno Unito che, su impulso del premier Keir Starmer, ha lanciato una cosiddetta ‘coalizione dei volenterosi’ (includendo anche Paesi come la Turchia) per discutere come garantire sostegno e protezione militare all’Ucraina anche in caso di disimpegno degli USA. Nel frattempo, la Commissione europea ha presentato un piano decisamente ambizioso denominato prima ‘ReArm Europe' (evoluto poi in un Libro Bianco per la Difesa intitolato ‘Readiness 2030’) che si propone di far crescere la spesa e gli investimenti degli Stati europei per la propria sicurezza e difesa. La proposta ha ricevuto il voto positivo della maggioranza del Parlamento europeo. Comunque vadano le cose, l’UE si trova di fronte a un bivio esistenziale per il proprio futuro. Il progetto di una Difesa comune potrebbe diventare finalmente realtà? Oppure prevarranno le logiche e gli interessi dei 27 Stati membri impedendo uno scatto in avanti verso un’UE sensibilmente più integrata?
La posta in gioco
1. La sicurezza al centro del dibattito europeo Dopo decenni di progressiva marginalizzazione, la sicurezza è tornata una priorità politica in Europa. L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato un cambiamento già in atto: il continente si percepisce sempre più vulnerabile, non solo a causa della guerra ai suoi confini, ma anche per il deteriorarsi dell’ordine globale e la crescente instabilità geopolitica. Questa nuova centralità del tema sicurezza ha portato a spingere l’acceleratore sul riarmo, con un piano di investimenti massicci che non si vedevano dalla fine della Guerra Fredda. Già sul finire del 2013, poco prima dell’annessione russa della Crimea che sarebbe avvenuta nel marzo del 2014, il Consiglio europeo giungeva alla conclusione in merito alla quale von der Leyen scomoda oggi Alcide De Gasperi: la difesa conta, in ottica di deterrenza. Da allora i Paesi dell’UE sono stati continuamente invitati a cooperare nello sviluppo di capacità e investire nella catena di approvvigionamento della difesa.Il fatto che oggi l’UE si trovi a fronteggiare le stesse sfide, dà molto da pensare rispetto alle iniziative proposte e intraprese finora, e al futuro che attende il discorso politico odierno.
2. Il ritorno alla logica del riarmo e le sue ambiguità L’Europa si sta muovendo per potenziare le proprie capacità militari, ma senza una visione strategica coerente. Oscilla tra due pulsioni apparentemente contraddittorie: da un lato, il desiderio di emanciparsi dalla protezione statunitense e costruire una difesa autonoma; dall’altro, la persistente dipendenza dalla NATO.
Per non parlare del fatto che Readiness 2030 si presenta come progetto europeo, ma nei fatti il peso finanziario ricadrà in maniera preponderante sugli Stati membri (o almeno quelli che hanno capacità di spesa e spazio di bilancio), con un aumento del loro debito senza un vero coordinamento circa le priorità strategiche. Il piano da 800 miliardi (risorse potenzialmente attivabili) potrebbe essere infatti finanziato attraverso tre principali meccanismi: un allentamento dei vincoli del Patto di Stabilità, consentendo agli Stati membri di escludere le spese per la difesa dal limite del 3% del deficit; una sorta di “mini Next Generation EU”, ovvero un programma di indebitamento comune europeo denominato Security Action for Europe (SAFE), attraverso il quale l’UE raccoglierà risorse che verranno poi distribuite ai singoli Stati sotto forma di prestiti a tasso di interesse agevolato da destinare all’acquisto di armamenti; infine, i fondi inutilizzati destinati alla coesione e alle politiche strutturali dell’UE potranno essere riallocati per finanziare la spesa militare nazionale. Sembra che a tutti gli effetti l’UE non si stia dotando di una difesa comune, ma intenda intermediare risorse che in un modo o nell’altro gli Stati dovranno restituire. Quando questa crisi presenterà il suo conto in termini di debito accumulato, occorrerà considerare come equilibrare le spese militari con quelle per il welfare, l’istruzione e le pensioni.
Inoltre, il piano pone l’accento sulla quantità della spesa più che sulla sua efficienza. Uno dei problemi principali della difesa europea, come sottolineano gli esperti del settore, non è tanto il livello di investimenti, ma la frammentazione e la duplicazione delle capacità militari. In altre parole, si sta prospettando un aumento della spesa senza risolvere il problema della dispersione e dell’inefficienza, aggravando invece il disordine strategico.
3. Il rischio di una spirale di insicurezza Il rafforzamento militare dell’Europa non avviene nel vuoto. Se percepito dagli altri attori come una minaccia, rischia di innescare una corsa agli armamenti, avvicinando il conflitto invece di prevenirlo. Sicurezza e insicurezza non sono opposti netti, ma spesso si alimentano a vicenda: una politica basata solo sulla deterrenza può spingere gli avversari a fare lo stesso, in una spirale che restringe sempre più lo spazio della diplomazia.
A questa tendenza si aggiunge l’assenza di un confronto strategico fondato sulla presunzione che l’altro agisca secondo logiche razionali. Durante la Guerra Fredda, anche nella fase più aspra del confronto tra USA e URSS, si assumeva che il nemico fosse un avversario ideologizzato, ma comunque razionale. Questo garantiva l’esistenza di un quadro prevedibile, in cui il calcolo dei costi e dei benefici rappresentava un freno all’escalation.
Oggi, questa premessa è molto più fragile. Il dibattito pubblico e politico tende a rappresentare le controparti strategiche in termini che ne mettono in discussione la razionalità. Se il nostro interlocutore viene percepito come imprevedibile, il rischio è che la nostra stessa condotta smetta di essere prudente. Il principio di responsabilità strategica si indebolisce: qualsiasi azione può apparire giustificata, perché comunque non vi sarebbe modo di influenzare l’altro attraverso deterrenza o compromessi.
Questa mentalità non è nuova. Ha radici nelle logiche maturate con la “guerra globale al terrore”, quando il nemico era descritto come irrimediabilmente estraneo ai codici della razionalità strategica. Il problema è che questa impostazione, nata nel contesto del contrasto ai gruppi terroristici e agli Stati-canaglia, sembra oggi condizionare il modo in cui l’Europa e l’Occidente nel complesso concepiscono anche il confronto con potenze tradizionali. Il risultato è un orizzonte di confronto sempre meno governabile.
Come la vediamo noi
Oltre il Riarmo: Quale Autonomia per l’Europa? Al netto delle ambiguità e delle distorsioni che caratterizzano il dibattito sulla sicurezza europea, resta vero che qualcosa va fatto, senza cadere nel determinismo del riarmo come unica via.
Innanzitutto, occorre una razionalizzazione della spesa militare che preveda una maggiore centralizzazione del procurement, spostandolo dagli Stati membri a Bruxelles. Questo può avvenire solo se due condizioni saranno soddisfatte. La prima è l’emissione di debito comune (strumento auspicato anche da Mario Draghi nella sua audizione alle Commissioni parlamentari italiane del 18 marzo scorso). La seconda è la decisione di rinunciare a porzioni di sovranità da parte degli Stati membri con una cessione all’UE. È evidente tuttavia che, per fare ciò, occorra un investimento di capitale politico tale che una decisione unanime di tutti i 27 Paesi è da considerarsi ad oggi pura utopia. Infatti, proposte del genere non sono nemmeno state all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 20 marzo, che tra i principali temi di discussione aveva appunto le proposte sulla Difesa. Ecco dunque perchè si potrebbero valutare meccanismi di cooperazione rafforzata tra alcuni Paesi che ‘ci stanno’ e che vogliono iniziare ad aprire questa strada, che evidentemente non può essere rapida e priva di ostacoli.
In secondo luogo, l’errore che si sta commettendo oggi non è solo quello di concentrare risorse in una difesa frammentata e inefficiente, ma di ridurre la sicurezza alla dimensione militare in una maniera un po’semplicistica. Allora una potenza geopolitica si gioca il proprio ruolo a braccio (armato) di ferro, senza dare considerazione alla sua capacità di attrarre talenti, innovare, investire nella ricerca e costruire infrastrutture strategiche.
Per guadagnare in autonomia strategica l’Europa dovrebbe allora spostare lo sguardo anche più in là del concetto di deterrenza armata e rafforzare la sua sovranità tecnologica, energetica e industriale. In questo senso, l’eventuale crisi del sistema accademico e scientifico statunitense – cosa che potrebbe verificarsi per effetto delle politiche trumpiane – potrebbe rappresentare un’opportunità: l’UE potrebbe sfruttare la possibilità di diventare un polo di attrazione per i ricercatori e gli innovatori che non dovessero più trovare spazio negli USA, investendo in settori chiave come l’intelligenza artificiale, l’energia rinnovabile e la digitalizzazione. A tal riguardo, le proposte sul tavolo di favorire gli acquisti di materiale militare ‘made in Europe’ (non solo UE, ma anche da altri Paesi come l’Ucraina, che ha dovuto giocoforza sviluppare una propria industria nazionale della Difesa) sembra andare nella direzione giusta, riducendo anche la dipendenza dalle forniture USA.
Questa potrebbe costituire una realistica strategia di autonomia, una sicurezza costruita non solo sulla difesa dai nemici, ma anche sulla capacità di generare prosperità e stabilità. Perché se il futuro dell’UE si riduce solo a una corsa agli armamenti, allora avremo perso la partita prima ancora di giocarla.
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Per non distrarsi
Cosa è successo nel frattempo in Europa?
La Germania sospende il freno al debito per finanziare riarmo e infrastrutture
Cosa è successo? Il 18 marzo il Bundestag ha approvato una riforma per sospendere temporaneamente il freno costituzionale al debito (Schuldenbremse) – confermata il 21 marzo dalla decisione del Senato, consentendo nuovo margine di spesa per difesa e infrastrutture. La misura, fortemente voluta dal cancelliere designato Friedrich Merz (CDU), è passata grazie al sostegno della SPD, mentre il nuovo parlamento – rafforzato dall’ingresso dell’AfD al 21% – non avrebbe garantito la stessa maggioranza. La riforma apre la strada a un programma di riarmo, rilancio economico e rafforzamento del ruolo geopolitico tedesco. Perché è importante? È una svolta significativa per un paese che ha fatto dell’austerità fiscale una linea identitaria. Ma è poco probabile che segni una rottura strutturale. L’opinione pubblica resta legata al rigore, e già in passato la Germania ha sospeso le sue regole solo in situazioni eccezionali. La misura riflette un’esigenza di realismo strategico: rispondere alle nuove sfide geopolitiche senza smarrire il proprio orizzonte disciplinato. Il rischio è che si apra una nuova faglia con i paesi del Sud Europa, meno attrezzati per sfruttare con la stessa flessibilità i margini fiscali. Per approfondire:
Francia: Macron recupera consensi sulla scia dell’attivismo europeo
Cosa è successo? A marzo la popolarità di Emmanuel Macron è salita di 7 punti, raggiungendo il 31%, il livello più alto dall’estate scorsa. Il recupero arriva mentre il presidente francese si è messo alla guida dell’iniziativa europea di sostegno all’Ucraina e ha rilanciato il dibattito sull’uso della deterrenza nucleare francese in chiave continentale. Perché è importante? Il consenso crescente riflette la percezione di Macron come leader europeo in un momento di incertezza strategica, specie dopo il disimpegno USA. Ma in patria la situazione resta fragile: il governo è debole, e la polarizzazione in Parlamento persiste dopo le elezioni anticipate del 2024. Per approfondire: "L'approvazione di Macron cresce nei sondaggi mentre i francesi si preoccupano per l'Ucraina."
Ungheria: Orbán sotto pressione, l’opposizione scende in piazza
Cosa è successo? Il 15 marzo oltre 50.000 persone hanno manifestato a Budapest contro Viktor Orbán, guidate dal partito d’opposizione Tisza, in forte ascesa nei sondaggi. Il suo leader, Péter Magyar, ex alleato di Orbán, ha promesso la fine del suo regime ventennale e ha lanciato un appello per un “referendum popolare” su 12 temi chiave. Orbán ha reagito con un discorso aggressivo: ha annunciato una “pulizia di primavera” contro media, ONG e politici con finanziamenti esteri, definendoli un'“armata ombra”. Perché è importante? La sfida a Orbán si fa concreta in vista delle elezioni del 2026. La retorica governativa contro “influenze straniere” e media indipendenti si intensifica, alimentando il rischio di un’ulteriore stretta autoritaria. L’Ungheria resta così un caso critico di regressione democratica all’interno dell’UE. Per approfondire: "Migliaia di sostenitori dell'opposizione ungherese in piazza; il premier Orbán promette una stretta sui media."
Romania: esclusa una seconda candidata dell’estrema destra
Cosa è successo? Il 15 marzo la commissione elettorale romena ha escluso anche Diana Șoșoacă, esponente dell’estrema destra, dalle presidenziali di maggio. A inizio mese era stato già escluso Călin Georgescu, ex favorito e noto per le sue posizioni pro-Cremlino, dopo l’annullamento delle elezioni di novembre per sospetta interferenza russa via social media. Șoșoacă, europarlamentare nota per la propaganda filo-russa e dichiarazioni antidemocratiche, ha annunciato ricorso. Perché è importante? Due esclusioni in un mese rivelano la fragilità istituzionale e la polarizzazione estrema del quadro politico romeno. Mentre crescono le tensioni e si moltiplicano le accuse di “regime”, Bucarest cerca di difendere il proprio spazio democratico da interferenze esterne e derive autoritarie interne. Per approfondire:
Cosa è successo? Il 19 marzo il parlamento serbo ha accolto le dimissioni del premier Vučević, travolto da oltre quattro mesi di proteste studentesche di massa nate dopo il crollo della stazione di Novi Sad (15 morti). Le dimissioni – annunciate già a fine gennaio – sono state ratificate con 50 giorni di ritardo e non hanno placato la piazza. Il movimento, il più ampio dalla fine del regime di Milošević, chiede legalità, trasparenza e fine dell’impunità. Mentre la piazza cresce, l'UE riceve Vučić con toni concilianti: von der Leyen e Costa non lo scaricano, ma insistono su riforme e media liberi. Perché è importante? Le dimissioni, più tattiche che risolutive, hanno solo accentuato la crisi di legittimità del governo. Bruxelles, nel frattempo, cerca di mantenere legami con un leader sempre più autoritario, per motivi strategici e di accesso alle risorse (come il litio). Ma questo approccio prudente rischia di alienare la società civile serba e di minare la credibilità dell’UE nella regione. Per approfondire
Espresso Europeo è lo speciale del Caffè Geopolitico dedicato alle vicende del Vecchio Continente. La nostra rubrica gratuita vi accompagnerà con approfondimenti e aggiornamenti periodici sulle notizie più importanti per capire dove sta andando l'UE e quali possono essere gli impatti e le conseguenze.