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Francia: il macronismo ha i mesi contati?
L’Infografica:dal trionfo del 2017 al logoramento del 2025,la parabola economica e politica della Francia di Macron
Infografica a cura della Redazione
Di che cosa parliamo
La Francia è attualmente nel suo terzo governo in due mesi (e nel quinto in diciotto mesi): un dato che, da solo, fotografa la profondità della crisi politica che attraversa la V Repubblica. Il Lecornu bis, insediatosi il 10 ottobre, è nato già sotto assedio: dopo aver superato due mozioni di sfiducia il 16 ottobre, vive ora appeso alla legge di Bilancio 2026, vero spartiacque della sopravvivenza politica di Emmanuel Macron e della stabilità dell’intero sistema francese. Tutto comincia l’8 settembre, quando l’Assemblea Nazionale sfiducia il governo di François Bayrou, Primo Ministro di minoranza, con 364 voti contrari. Bayrou aveva legato la propria sorte all’approvazione di una manovra da 44 miliardi di euro, centrata su tagli alla spesa e quasi nessun aumento delle entrate. Il suo progetto, concepito in piena continuità con l’ortodossia macroniana, viene percepito come socialmente regressivo: nessuna imposta sui grandi patrimoni, nessuna revisione dei regimi fiscali di vantaggio per imprese e alti redditi. La frattura è immediata: la destra “moderata” si spacca, la sinistra di Jean-Luc Melenchon e il Rassemblement National di Marine Le Pen votano compatti la sfiducia. Bayrou diventa così il terzo Premier ministre caduto in un anno, vittima del paradosso macroniano: governare al centro, ma senza più un centro politico. A quel punto Macron nomina Sébastien Lecornu, giovane ministro della Difesa, per tentare una ricomposizione del campo presidenziale. Ma il primo governo Lecornu dura appena dodici ore: il 6 ottobre, pochi minuti dopo aver annunciato la lista dei ministri, Lecornu rassegna le dimissioni travolto dal rifiuto dei Républicains di Bruno Retailleau, che definiscono inaccettabile un esecutivo fondato su compromessi con la sinistra.
È l’apice di una spirale che parte da lontano: la scelta di Macron, nell’estate 2024, di sciogliere l’Assemblea dopo la sconfitta alle europee – un azzardo istituzionale che ha prodotto un Parlamento diviso in tre blocchi inconciliabili: sinistra frammentata, centro-macronista in ritirata, destra radicale e sovranista in ascesa. Con il Lecornu bis Macron tenta un equilibrio impossibile: sospendere la riforma delle pensioni (che aveva fatto esplodere le piazze nel 2023-24) per guadagnare il sostegno temporaneo del Partito Socialista, e nel contempo rassicurare i mercati sulla credibilità dei conti pubblici. Il risultato è un governo schiacciato tra due pressioni opposte: a sinistra, il Partito Socialista chiede di compensare il mancato gettito con una tassa “Zucman light” sui grandi patrimoni (oltre 10 milioni di euro); a destra, i gollisti e il Senato brandiscono la disciplina di bilancio come leva politica, evocando il ritorno a misure strutturali – riforma delle pensioni inclusa – se non verranno garantite nuove entrate.
Nel mezzo, la maggioranza presidenziale si frantuma su ogni emendamento. Il caso più clamoroso è quello dell’emendamento presentato da Laurent Wauquiez, capogruppo dei deputati gollisti: sostenuto da destra, estrema sinistra e da una parte dei macronisti, ha cancellato il congelamento dell’aliquota dell’imposta sul reddito (proposta da Lecornu), privando la legge di bilancio di 2 miliardi di euro e mettendo il governo in minoranza.
Intanto la cornice macroeconomica si deteriora. Il deficit atteso a fine anno oscilla tra il 5,4% e il 5,7% del PIL, livelli record nella zona euro, mentre il debito si proietta verso il 121% del PIL nel 2027-28. Il downgrade di S&P da AA- a A+sulla capacità di Parigi di tenere i conti pubblici sotto controllo, ha incrinato la fiducia dei mercati, ma la Francia continua a finanziarsi con facilità: la domanda per i titoli OAT resta superiore all’offerta, segno che il problema non è la solvibilità bensì la governabilità. Per dirla con le parole dell'economista Francesco Saraceno, "le finanze pubbliche francesi sono malate, ma non moribonde": il capitale pubblico netto rimane positivo, e il Paese mantiene un margine di sostenibilità che manca ad altri partner europei. Il nodo gordiano rimane prima politico che economico: la mancanza di consenso sulla distribuzione del costo del risanamento. Il macronismo resta fedele al dogma dell’offerta, mentre l’opinione pubblica chiede un riequilibrio redistributivo. D’altronde, se molti osservatori attribuiscono le colpe della degenerazione della situazione economica francese ad anni di politiche macroniane, i difensori replicano che la colpa non sta nell’austerità, ma nella sua incompiutezza: Macron avrebbe voluto essere il riformatore implacabile, ma si è ritrovato prigioniero di un compromesso perpetuo.
La posta in gioco
Le vicende francesi, per quanto circoscritte all’ambito domestico, hanno un’eco che si propaga ben oltre i confini nazionali. La Francia non è un Paese qualsiasi: è la seconda economia dell’eurozona, potenza nucleare e pilastro politico fondativo dell’Unione. Distinguiamo fra due piani di analisi:
Il piano politico
L’esecutivo guidato da Lecornu appare ormai come un governo di scopo, incaricato di portare in porto la legge di Bilancio 2026 e di evitare l’esercizio provvisorio. Dopo, con ogni probabilità, inizierà la resa dei conti: l’implosione della maggioranza centrista e la corsa verso nuove elezioni legislative.
Al prossimo giro è probabile che si assisterà a un’ulteriore estremizzazione e frammentazione dello spettro partitico francese, con il voto che potrebbe premiare sia il RN di estrema destra che La France Insoumise alla sinistra radicale. I tentativi centristi guidati dal partito di Macron di conservare la maggioranza con alleanze al secondo turno rischiano di rivelarsi sempre meno efficaci, confermando l’erosione progressiva di consensi a cui abbiamo assistito negli ultimi anni – che era stata però contrastata dal sistema elettorale francese, che penalizza le ali estreme proprio tramite i ballottaggi. Ma il momento di un redde rationem che potrebbe portare il ticket Le Pen–Bardella a ottenere la maggioranza in Parlamento, e a pretendere dunque la guida dell’esecutivo, sembra inesorabilmente avvicinarsi. L’architettura semipresidenziale, finora baluardo di stabilità, potrebbe allora diventare trappola istituzionale: una coabitazione Macron–Le Pen, fino alla fine della legislatura nel 2027, non è più fantascienza, ma una prospettiva concreta che condurrebbe a un paralizzante dualismo tra Eliseo e Matignon. Una Francia divisa al vertice significherebbe rallentamento dei processi decisionali europei, perdita di leadership nel Consiglio e un inevitabile indebolimento dell’asse franco-tedesco, già fiaccato dalla recessione industriale di Berlino.
Il piano economico
Sul fronte economico, Parigi non affonda, ma galleggia in acque torbide. La Francia soffre del rallentamento generalizzato dell’economia europea, dovuto prima di tutto alle difficoltà che sta attraversando la Germania ormai da diversi anni. Il terzo trimestre ha mostrato un rimbalzo del PIL a +0,5%, un segnale incoraggiante ma isolato. Il problema principale resta lo stato dei conti pubblici, con un livello di deficit che si mantiene troppo elevato e decisamente al di sopra dei vincoli fissati dal Patto di Stabilità e Crescita (seppure sia stato riformato a partire dall’anno scorso). Quest’anno il rapporto deficit/PIL dovrebbe attestarsi sul 5,4% (rispetto al target del 3%), mentre il debito/PIL continua a crescere, puntando verso il 114% entro fine anno, con una dinamica in controtendenza rispetto a quanto richiesto dalle nuove regole che dovrebbero essere seguite dal Piano Strutturale di Bilancio richiesto dalla Commissione Europea. Tutto questo ha un impatto sulla stabilità e l’outlook delle finanze francesi e non è un caso che i rendimenti sui titoli di Stato siano in crescita con lo spread nei confronti della Germania che si è allargato raggiungendo livelli addirittura più alti di quelli italiani.
E la situazione potrebbe non migliorare nel breve periodo, dato che l’unica carta di Lecornu per la sopravvivenza parlamentare e l’approvazione della legge di Bilancio sembra essere quella di "sterilizzare" la riforma delle pensioni con l’effetto di gravare ulteriormente sui conti pubblici. L’effetto combinato di bassa crescita e di elevato indebitamento potrebbe essere una bomba a orologeria nel cuore della UE, proprio per le dimensioni politiche ed economiche della Francia.
Come la vediamo noi
Un’instabilità francese non giova a nessuno, al di là di infantili campanilismi e schadenfreude transalpina. Da un paio d'anni Parigi è intrappolata in una spirale in cui crisi politica e vulnerabilità fiscale si alimentano a vicenda, rallentando all’interno l’introduzione di riforme e mantenendo critica la situazione di bilancio, e imponendo indirettamente all’esterno una "zavorra" al processo di integrazione europea. Inoltre, si corre il rischio di deteriorare l’asse franco–tedesco, vera architrave della casa europea.
La domanda chiave, ora, è quanto a lungo Macron potrà ancora resistere, cercando di mantenere il RN fuori dalla stanza dei bottoni (Eliseo e Matignon). È molto probabile che nel 2026 si vada nuovamente alle urne per le Legislative, ma il vero momento cruciale sarà il 2027 quando si terranno le Presidenziali. Se le dinamiche del consenso elettorale proseguiranno in questo modo, potrebbe essere molto difficile evitare che Le Pen e Bardella ottengano il potere, quantomeno di una delle due teste del semi-presidenzialismo francese.
Se un governo di estrema destra andasse al potere anche in Francia, potrebbe agire da game changer per tutto il continente, penalizzando gli attuali progetti per un’integrazione più profonda, soprattutto nel campo della Difesa, ma anche mettendo ulteriormente in discussione la traiettoria verso la decarbonizzazione (sulla quale l’attuale Commissione sta già effettuando delle sterzate significative). Senza contare che una simile eventualità potrebbe arrivare a favorire un effetto domino in altri Paesi al cuore dell’UE, come la Germania – a sua volta in bilico a causa del consenso crescente di AfD.
Il macronismo era nato come promessa di ordine e modernità; rischia di concludersi come parabola di impotenza. E in un’Europa che torna a muoversi per blocchi, la fragilità della Francia non è un sintomo: è il cuore stesso della crisi europea.
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Per non distrarsi
Cosa è successo nel frattempo in Europa?
Il Belgio si oppone all’utilizzo dei beni russi confiscati per finanziare l’Ucraina
Cosa è successo? Nella riunione del Consiglio Europeo a Bruxelles lo scorso 23 ottobre, gli Stati membri dell’UE sono stati chiamati a discutere un nuovo piano di aiuti economici all’Ucraina. La decisione sul voto, che prevedeva un prestito di circa 140 miliardi di Euro provenienti da beni russi confiscati ha però subito un rinvio di almeno due mesi. Il governo del Belgio, presieduto da Bart De Wever, ha infatti congelato la procedura, preoccupato dalle possibili implicazioni legali e finanziarie del piano. Il Belgio, infatti, è lo Stato membro che possiede al momento la maggiore riserva di beni russi confiscati, che rappresentano un fattore potenzialmente destabilizzante per l’economia del Paese. Perché è importante? Il rinvio della decisione presenta alcune criticità non trascurabili tanto per gli Stati membri quanto per le istituzioni dell’UE. Il sostanziale veto del Belgio rappresenta l’ennesima prova di disunità del blocco europeo, apparentemente sempre meno disposto a mettere da parte gli interessi nazionali in nome di politiche comunitarie di ampia portata. Il caso del Belgio, per quanto assai diverso dalle prese di posizione di Stati membri come Ungheria e Slovacchia, indebolisce l’UE tanto sul piano interno quanto internazionale. Per quanto concerne il conflitto in Ucraina, le tempistiche di intervento appaiono fondamentali e lo sfruttamento dei beni russi confiscati rappresenta forse l’unica risorsa immediatamente disponibile per avvicinarsi ad una fine giusta del conflitto. Per approfondire:
Il ritorno di Babiš e la virata sovranista di Praga
Cosa è successo? In Repubblica Ceca, le elezioni parlamentari di inizio ottobre hanno sancito la netta vittoria del movimento populista ANO guidato da Andrej Babiš, già Primo Ministro dal 2017 al 2021. Con il 34,5% dei voti, Babiš ha staccato di oltre dieci punti la coalizione liberal-conservatrice dell'uscente Petr Fiala (23,4%). Dopo settimane di consultazioni, Babiš ha formato un nuovo governo insieme al partito SPD – Europa delle Nazioni Sovrane e al movimento degli Automobilisti (Motoristé sobě). Il nuovo esecutivo, che dispone di una solida maggioranza parlamentare, segna il ritorno al potere del blocco populista e nazionalista a Praga, in coabitazione con il moderato Presidente della Repubblica Pavel. Perché è importante? Il programma del nuovo governo rappresenta una svolta euroscettica per la Repubblica Ceca: ridimensionare il Green Deal europeo, rallentare il percorso verso l’adozione dell’euro e mantenere un atteggiamento ambiguo sul sostegno militare all’Ucraina, preferendo la formula “soluzioni diplomatiche”. Babiš punta a rilanciare il gruppo di Visegrad (con Ungheria, Slovacchia e Polonia) come voce dell’Europa centrale contro le “derive burocratiche” di Bruxelles, ma a differenza dei leader più ideologici della regione, come i filo-russi Orbán e Fico, appare più pragmatico che dottrinario: il suo euroscetticismo nasce meno da una visione illiberale e più da una difesa selettiva della sovranità nazionale, eredità storica della transizione post-comunista. In ogni caso, con il suo ritorno la famiglia sovranista dei “Patrioti per l’Europa” conquista un nuovo seggio nel Consiglio europeo e si prepara a pesare sull’agenda continentale. Per approfondire:
L’UE non dà seguito alle minacce di sanzioni contro Israele dopo il cessate il fuoco a Gaza
Cosa è successo? Dieci giorni dopo il cessate il fuoco a Gaza promosso dagli USA, l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri UE Kaja Kallas ha dichiarato che non sarà dato seguito all’implementazione di sanzioni contro Israele. La decisione, che resta temporanea, è stata presa in virtù del “fragile equilibrio” che accompagna l’attuale fase del conflitto. Tuttavia, fonti UE confermano che la minaccia delle sanzioni resta valida, in attesa di un ulteriore miglioramento delle garanzie e delle condizioni per civili, cronisti e operatori sanitari nei Territori Palestinesi Occupati.
Perché è importante? La decisione ha scatenato reazioni contrastanti. Da una parte, l’UE è accusata di essere incapace di agire concretamente in situazioni diplomaticamente scomode, oltreché di utilizzare doppi standard nel perseguire le responsabilità della Russia in Ucraina e di Israele a Gaza. Dall’altra, c’è chi considera le mancate sanzioni come una mossa lungimirante, volta a prevenire un ulteriore irrigidimento delle posizioni israeliane. Per approfondire:
L’indipendente socialista Catherine Connolly è la nuova presidente della Repubblica d’Irlanda
Cosa è successo? Dopo due mandati consecutivi di Michael Higgins, lo scorso 23 ottobre l’Irlanda ha scelto la nuova Presidente della Repubblica, l’indipendente socialista Catherine Connolly. La sua vittoria non è tuttavia sorprendente: l’ex sindaca di Galway è stata in grado di unire le opposizioni della politica irlandese, garantendosi il supporto dello storico partito nazionalista Sinn Féin. L’unica avversaria di Connolly, l’ex ministra Heather Humphreys, era la candidata dell’attuale coalizione di governo, formata da partiti liberal-conservatori e cristiano-democratici come Fianna Fáil e Fine Gael.
Perché è importante? Sebbene il Presidente in Irlanda ricopra un ruolo per lo più cerimoniale, negli ultimi anni ha visto un maggiore coinvolgimento politico. L'elezione di Connolly segue questa traccia: socialista e dichiaratamente pacifista, ha spesso espresso posizioni critiche verso l’UE, la NATO e gli USA, rivendicando una visione di neutralità attiva e di “indipendenza morale” dell’Irlanda nei conflitti internazionali. La sua vittoria rappresenta una forma di populismo progressista, più attento ai temi sociali e al costo della vita che ai nazionalismi, ma potenzialmente in attrito con la linea atlantista e filo-europea del governo di Micheál Martin. Un segnale, in controluce, che anche nei Paesi più solidamente europeisti cresce una domanda di discontinuità con l’assetto politico ed economico dominante. Per approfondire:
Paesi Bassi: i democratici moderati vincono le elezioni
Cosa è successo? La Commissione elettorale olandese ha confermato la vittoria dei Democratici 66 (D66), formazione di centro-sinistra guidata da Rob Jetten, alle elezioni del 29 ottobre. Il partito ha ottenuto 29.668 voti in più rispetto al Partito per la libertà (PVV) di Geert Wilders, di estrema destra. Entrambi dispongono di 26 seggi in Parlamento, seguiti dal VVD liberal-conservatore (22), dal blocco Verdi–Laburisti (20) e dal Cristiano Democratico (CDA) con 18 seggi. Spetterà a Jetten, con l’approvazione del re Guglielmo Alessandro, avviare le consultazioni per formare la nuova coalizione di governo.
Perché è importante? La vittoria, per pochi voti ma dal forte valore simbolico, segna una svolta europeista per i Paesi Bassi, dopo due anni di instabilità e l’esperienza del governo dominato dal PVV. Il successo di D66, forza progressista e filo-europea, riflette la resistenza dell’elettorato moderato a una piena deriva populista e restituisce ai Paesi Bassi un ruolo più propositivo all’interno dell’Unione. La sfida ora sarà costruire una coalizione stabile, capace di conciliare riformismo interno e impegno europeo. Per approfondire
Aperte le candidature per scegliere la sede della futura Autorità Doganale Europea
Cosa è successo? La Commissione Europea ha ufficialmente avviato la procedura per la scelta della sede della futura Autorità Doganale Europea, un organismo chiamato ad armonizzare e semplificare gli standard doganali e tributari all’interno dell’Unione. Le tempistiche per l’avvio effettivo delle attività non sono ancora state definite. Alcuni Stati membri hanno già presentato le proprie candidature: la Francia ha proposto Lille, il Portogallo ha scelto Porto, la Spagna sembra intenzionata a puntare su Malaga. Perché è importante? Il nuovo organismo sarà accompagnato dalla creazione di un nuovo sistema centralizzato di raccolta dati e dall’implementazione di nuovi regolamenti, a sostegno delle attività sia delle istituzioni comunitarie sia degli Stati membri. La presenza di un’autorità europea di tale importanza rappresenta un'opportunità economica e di prestigio per gli Stati membri, con possibilità di creazione di numerosi posti di lavoro e dell’aumento delle presenze e degli introiti a livello locale e nazionale.
A cura di Davide Tentori - Ginevra Dolce - Giorgio Fioravanti
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Espresso Europeo è lo speciale del Caffè Geopolitico dedicato alle vicende del Vecchio Continente. La nostra rubrica gratuita vi accompagnerà con approfondimenti e aggiornamenti periodici sulle notizie più importanti per capire dove sta andando l'UE e quali possono essere gli impatti e le conseguenze.
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